Elisabetta Cimadoro

"Un ruolo delicato e cruciale” è quello che descrive Elisabetta, per tutti Betty, quando parla del suo lavoro presso un reparto di dialisi, dove proprio quest’anno festeggia i suoi 30 anni di servizio.Il suo è un ruolo delicato e cruciale, come quello di tutto il personale sanitario, ma lavorare nei reparti di dialisi comporta una relazione con persone affette da malattie croniche, che portano con loro anni di stanchezza, quella di chi il dolore lo sente addosso da troppo tempo. “Mi trovo ad avere un rapporto stretto con persone anche per anni e quindi il mio è un ruolo tecnico, nella gestione della dialisi, ma anche educativo, perché devo formare una persona a gestire in modo appropriato, la propria terapia una volta che è a casa”. In un lavoro come questo, nel tempo si instaura un rapporto di fiducia reciproca, “Chi sta male si fida di noi infermieri, affidandoci il bene più prezioso: la propria vita”.“Il paziente cronico sa benissimo qual è la sua malattia.  Sa benissimo che noi non riusciremo mai a portare via completamente tutti i suoi problemi fisici. Ma sa anche molto bene che io e i miei colleghi possiamo aiutarlo a ritrovare un equilibrio nuovo, che gli permetta di star meglio”.I rapporti tra malati e infermieri nei reparti di dialisi sono molto particolari e Betty racconta come un virus abbia rischiato di stravolgerli completamente: “Con l’arrivo della pandemia, purtroppo tutto si è rivoluzionato. I pazienti hanno vissuto il cambiamento dei nostri ritmi, percepito la nostra agitazione, hanno convissuto con noi senza poter più vedere un sorriso, l’espressione dei nostri visi, senza più sentire il contatto se non il tocco di un ago posizionato in un accesso vascolare. Da un rapporto stretto, umano, siamo dovuti passare a un rapporto molto più distaccato.  In un attimo è cambiato tutto.  E so bene che i pazienti in quel reparto erano consapevoie che tutto questo era anche e soprattutto per loro, così come sanno che noi lavoriamo da sempre, anche prima della pandemia, per dargli il meglio”.Con questo spirito positivo, Elisabetta e i suoi colleghi hanno cercato di mantenere un’organizzazione precisa e sicura, cosicché nessuno dei loro pazienti perdesse la serenità.Ma la serenità di Betty e il suo impegno costante nel lavoro, ad un certo punto sono stati messi a dura prova dal Covid-19: “Poi, sono diventata una paziente anche io. Ricordo bene quel giorno, ho iniziato il turno del pomeriggio con un mal di testa fortissimo, ma essendo abbastanza soggetta e lavorando con tutti i dispositivi di protezione davo la colpa alle mie solite emicranie, ai dispositivi che ti fanno mancare l’aria”.Poi però, la febbre non si è fatta attendere ed Elisabetta ha scoperto di essere positiva al Sars-Cov2.Racconta dei mille pensieri, i dubbi e le paure, così come della rabbia, le insicurezze che l’hanno attanagliata. “Ho provato rabbia all’inizio, per non essere stata capace di proteggermi come avrei dovuto, io che dovevo essere lì ad aiutare i miei pazienti ed i miei colleghi”.Poco dopo iniziarono ad ammalarsi altri suoi colleghi e i pazienti del reparto da quelle assenze ne rimanevano provati; loro che convivono con gli infermieri la cronicità di una malattia, giorno dopo giorno. “Ci vedono un po’ come degli immortali, nel senso che per loro l’infermiere non si ammala mai”. Ma quel “mai” a portarselo via, è bastato un virus.Scoprirsi malati di Covid-19 comporta un completo riadattamento della propria vita, non si deve solo rinunciare al lavoro, ma anche a vivere in tranquillità l’ambiente domestico, dove tutti siamo soliti tornare ogni giorno per ritrovare la nostra dimensione. Al fianco di Elisabetta c’è stato il marito che, vestiti i panni dell’infermiere, l’ha assistita e confortata, fino a quando non ha iniziato ad avere la febbre e stare poco bene anche lui. Le preoccupazioni di Betty a quel punto, sono aumentate e mentre lei continuava a stare chiusa nella propria camera, il marito ha occupato il soggiorno e la figlia diciassettenne si è trovata a trascorrere le giornate sola nella sua camera.“Non chiamateci eroi, siamo professionisti ma siamo innanzitutto persone.”Il giorno in cui è tornata al lavoro lo descrive come “bellissimo” mentre sorride con gli occhi.“Lo aspettavo con tutto il cuore e ora sto aspettando di ritornare la Betty di una volta”. Infatti, pur essendo guarita da tempo, Elisabetta non è ancora in perfetta salute e la fatica la accompagna spesso, ma poter stare con i suoi pazienti e i suoi colleghi le dà la forza di cui ha bisogno. “Noi infermieri studiamo costantemente. Impariamo anche nel rapporto con i nostri pazienti, per mantenere un’alta qualità nella cura delle persone che hanno bisogno di noi e dei loro familiari. Perché nonostante la malattia cronica, si può avere una buona qualità di vita”. E Betty con i suoi colleghi lavorano affinché tutto questo possa esistere.#NonChiamateciEroi siamo i professionisti infermieri che si prendono cura di voi ogni giorno, ed ora siamo noi a chiedere il vostro aiuto.Supporta Elisabetta. Dona agli infermieri.

Elisabetta Cimadoro

Raccolta Fondi di FNOPI

"Un ruolo delicato e cruciale” è quello che descrive Elisabetta, per tutti Betty, quando parla del suo lavoro presso un reparto di dialisi, dove proprio quest’anno festeggia i suoi 30 anni di servizio.

Il suo è un ruolo delicato e cruciale, come quello di tutto il personale sanitario, ma lavorare nei reparti di dialisi comporta una relazione con persone affette da malattie croniche, che portano con loro anni di stanchezza, quella di chi il dolore lo sente addosso da troppo tempo.
 
“Mi trovo ad avere un rapporto stretto con persone anche per anni e quindi il mio è un ruolo tecnico, nella gestione della dialisi, ma anche educativo, perché devo formare una persona a gestire in modo appropriato, la propria terapia una volta che è a casa”. 
In un lavoro come questo, nel tempo si instaura un rapporto di fiducia reciproca, “Chi sta male si fida di noi infermieri, affidandoci il bene più prezioso: la propria vita”.

“Il paziente cronico sa benissimo qual è la sua malattia.  Sa benissimo che noi non riusciremo mai a portare via completamente tutti i suoi problemi fisici. Ma sa anche molto bene che io e i miei colleghi possiamo aiutarlo a ritrovare un equilibrio nuovo, che gli permetta di star meglio”.

I rapporti tra malati e infermieri nei reparti di dialisi sono molto particolari e Betty racconta come un virus abbia rischiato di stravolgerli completamente: “Con l’arrivo della pandemia, purtroppo tutto si è rivoluzionato. I pazienti hanno vissuto il cambiamento dei nostri ritmi, percepito la nostra agitazione, hanno convissuto con noi senza poter più vedere un sorriso, l’espressione dei nostri visi, senza più sentire il contatto se non il tocco di un ago posizionato in un accesso vascolare. Da un rapporto stretto, umano, siamo dovuti passare a un rapporto molto più distaccato.  In un attimo è cambiato tutto.  E so bene che i pazienti in quel reparto erano consapevoie che tutto questo era anche e soprattutto per loro, così come sanno che noi lavoriamo da sempre, anche prima della 
pandemia, per dargli il meglio”.

Con questo spirito positivo, Elisabetta e i suoi colleghi hanno cercato di mantenere un’organizzazione precisa e sicura, cosicché nessuno dei loro pazienti perdesse la serenità.

Ma la serenità di Betty e il suo impegno costante nel lavoro, ad un certo punto sono stati messi a dura prova dal Covid-19: “Poi, sono diventata una paziente anche io. Ricordo bene quel giorno, ho iniziato il turno del pomeriggio con un mal di testa fortissimo, ma essendo abbastanza soggetta e lavorando con tutti i dispositivi di protezione davo la colpa alle mie solite emicranie, ai dispositivi che ti fanno mancare l’aria”.
Poi però, la febbre non si è fatta attendere ed Elisabetta ha scoperto di essere positiva al Sars-Cov2.
Racconta dei mille pensieri, i dubbi e le paure, così come della rabbia, le insicurezze che l’hanno 
attanagliata. “Ho provato rabbia all’inizio, per non essere stata capace di proteggermi come avrei 
dovuto, io che dovevo essere lì ad aiutare i miei pazienti ed i miei colleghi”.

Poco dopo iniziarono ad ammalarsi altri suoi colleghi e i pazienti del reparto da quelle assenze ne rimanevano provati; loro che convivono con gli infermieri la cronicità di una malattia, giorno dopo giorno. “Ci vedono un po’ come degli immortali, nel senso che per loro l’infermiere non si ammala mai”. Ma quel “mai” a portarselo via, è bastato un virus.

Scoprirsi malati di Covid-19 comporta un completo riadattamento della propria vita, non si deve solo rinunciare al lavoro, ma anche a vivere in tranquillità l’ambiente domestico, dove tutti siamo soliti tornare ogni giorno per ritrovare la nostra dimensione. 
Al fianco di Elisabetta c’è stato il marito che, vestiti i panni dell’infermiere, l’ha assistita e confortata, fino a quando non ha iniziato ad avere la febbre e stare poco bene anche lui. Le preoccupazioni di Betty a quel punto, sono aumentate e mentre lei continuava a stare chiusa nella propria camera, il marito ha occupato il soggiorno e la figlia diciassettenne si è trovata a trascorrere le giornate sola nella sua camera.
“Non chiamateci eroi, siamo professionisti ma siamo innanzitutto persone.”

Il giorno in cui è tornata al lavoro lo descrive come “bellissimo” mentre sorride con gli occhi.
“Lo aspettavo con tutto il cuore e ora sto aspettando di ritornare la Betty di una volta”. Infatti, pur essendo guarita da tempo, Elisabetta non è ancora in perfetta salute e la fatica la accompagna spesso, ma poter stare con i suoi pazienti e i suoi colleghi le dà la forza di cui ha bisogno.
 
“Noi infermieri studiamo costantemente. Impariamo anche nel rapporto con i nostri pazienti, per mantenere un’alta qualità nella cura delle persone che hanno bisogno di noi e dei loro familiari. Perché nonostante la malattia cronica, si può avere una buona qualità di vita”. E Betty con i suoi colleghi lavorano affinché tutto questo possa esistere.

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